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Green Day in Italia, racconto della loro giornata Milanese.
Fonte: rockol.it, 19 Ottobre 2000 di Luca Bernini
Un passaggio in Italia a dir poco trionfale, quello dei Green
Day, a dimostrazione che i tre ragazzini pestiferi di Rodeo,
California, hanno ancora molte frecce al proprio arco. La principale
si chiama rock’n’roll – mi scusino gli appassionati di punk, ma i
Green Day delle istanze libertarie e dei furori nichilisti di quel
genere hanno poco, mi viene da dire che si muovono più come gli
eredi del rock’n’roll alla Chuck Berry e Jerry Lee Lewis, più una
versione turborock del rockabilly degli Stray Cats che gli epigoni
anni ’90 dei Clash, dei quali pure dimostrano di conoscere parecchi
accordi. Dopo gli esordi vissuti nell’underground californiano, con
tanto di contratto discografico con una punk label per eccellenza,
la Lookout, i tre – Billie Joe Armstrong (voce e chitarra), Mike
Dirnt (basso e cori) e Tree Cool (batteria e cori, subentrato a John
Kiftmeyer) – hanno dovuto sopportare prima il processo pubblico
celebrato a loro danno dai fans che li accusavano di aver tradito la
causa per firmare con una major (la Reprise), poi lo stralunante
successo di “Basket case” e, più in generale, dell’album “Dookie”,
uscito nel 1994 e, a seguire, lo strascico di successo dei
successivi album, sempre in difficoltà nel dare un naturale seguito
a quel capolavoro. In questo senso “Nimrod”, ultima prova di studio
datata 1997, consegnava alle stampe il ritratto di una band vitale,
potente, contagiosa. Tre anni dopo, con “Warning”, i Green Day
dimostrano di saper fare ancora egregiamente il proprio lavoro,
firmando una manciata di canzoni che suonate dal vivo sono sinonimo
di divertimento ed energia. Nel frattempo il mondo del rock si è
popolato di altre ‘strane’ creature, in primis gli ‘odiati’
Blink-182, ma anche altri. C’è ancora spazio per Billie Joe e
compagni. «Se sei vero, non hai problemi...», giurano loro. Ecco il
racconto della loro giornata Milanese di qualche giorno
fa...
Allora, cosa avete fatto in questi tre
anni? Ah, be’, ci siamo fermati un po’...abbiamo dipinto,
passato del tempo con gli amici o la famiglia, siamo usciti la sera,
abbiamo dato da mangiare ai piccioni...un paio di volte a settimana
ci si vedeva per suonare, poi magari si suonava ancora di più
durante il fine settimana. Fondamentalmente abbiamo fatto questo:
vita da rockstar, feste, donne...no, scherzo!
Nella vostra
biografia c’è scritto che per questo album avete ascoltato molto Bob
Dylan, specialmente quello elettrico di “Bringing it all back home”:
è vero? In realtà no, o comunque non
completamente...
Ma come? E’ la vostra biografia allegata
al disco e a quanto pare l’ha anche scritta un vostro
amico... Sì, lo sappiamo, la verità è che noi abbiamo citato
diverse cose che ascoltavamo al momento di scrivere il nuovo album
e, tra quelle, lui ha citato solo Dylan. Non si può certo dire che
noi siamo dei grandi fans di Bob Dylan, anche se di sicuro
apprezziamo la sua musica. Ma da qui a fare un paragone tra le
nostre canzoni e le sue...
C’è una canzone, “Warning”,
molto particolare, visto che è anche la title-track: avete voglia di
raccontarcela? E’ una canzone che parla di come oggi si
cresca in mezzo a un mare di cose molto materiali, dove tutti sono
molto influenzati dalla televisione, dai giornali, dal modo in cui
le cose vengono presentate. Prende spunto da quegli avvertimenti che
vengono scritti ovunque, in nome della tua felicità e della tua
sicurezza. La gente cresce accumulando aspettative che difficilmente
verranno poi realizzate. Così la canzone parla proprio di questo, e
cerca di offrire un po’ di speranza a quanti non hanno intenzione di
farsi fregare dalle bugie che girano intorno.
“Hold on” è
una canzone molto triste... Sì, e dipende dal fatto che tre
nostri amici sono morti quest’anno. Sono stati momenti molto
difficili, per tutti noi, e ad un certo punto sembrava che un’altra
persona che frequentavamo, anche in seguito a questi lutti, avesse
deciso di lasciarsi andare. Così è nata questa canzone, che vuole
essere un invito a resistere, a tenere duro nonostante
tutto.
Avevate promesso di scrivere canzoni per i giovani,
eppure le tematiche di questo album sembrano più adulte: avete rotto
la promessa? Scriviamo canzoni per noi, e le cose che ci
interessa raccontare sono quelle che ci circondano. Se la gente ha
voglia di ascoltarle bene...ma anzitutto dobbiamo concentrarci su
quello che ci interessa, e non elaborare un manifesto ideologico
relativo alla nostra musica da tenere immutato nel tempo. Ad esempio
“Minority” è una canzone che parla alle generazioni più giovani, a
quanti non hanno ancora deciso cosa fare della propria vita. Ma in
definitiva l’importante è essere onesti con se stessi e con quello
che si fa, senza cercare di essere di moda a tutti i costi. La
spontaneità è molto importante per noi. Inutile tirare fuori i
piatti da scratch e mettersi a fare hip hop, se non è nella tua
natura...
Quali sono i vostri valori? La famiglia,
l’amicizia, tenere me stesso lontano dall’iconografia delle
rockstar...
C’è qualcosa nella vostra musica che ritenete
in qualche modo sociale, oppure si tratta soltanto di
intrattenimento? Anche se scriviamo una canzone di aspetto
molto pop o melodico, ci chiediamo sempre che tipo di parole ci
stiamo mettendo dentro. Non siamo capaci di scrivere parole che
suonano bene con la canzone senza chiederci altro. Per cui c’è
sicuramente attenzione in quello che scriviamo: in questo album
“Warning” è un esempio perfetto di brano apparentemente pop dietro
cui ci sono parole molto studiate, relative alla false promesse di
cui parlavamo prima.
Credete che anche la musica, per come
trattata dal business, abbia le sue responsabilità nel generare
false promesse e false libertà? Sì, nella misura in cui ci
sono artisti che considerano la propria immagine più importante di
qualsiasi altra cosa. Però non è certo quella la gente che
frequentiamo noi, né è quello il nostro tipo di problema...difficile
dare delle valutazioni che valgono per tutti. A noi interessa
soprattutto essere veri, credibili...
Cosa ci dite della
musica di questo album? Sembra diversa, a tratti, dalle vostre cose
passate... Sì, è vero, anche noi facciamo qualcosa di
diverso, ogni tanto...non c’è molto da dire, in realtà, se non che
siamo sempre noi e che le canzoni si sono quasi scritte da
sole...abbiamo suonato molto, fatto diverse jam per capire dove ci
sarebbe piaciuto andare, ma questo è quello che facciamo sempre,
prima di fare un disco...
”Warning” è un album che si può
leggere quasi come una galleria di personaggi: siete maggiormente
influenzati dalle persone o dalle situazioni, quando scrivete una
canzone? Da tutto, in realtà. A nostro parere molte delle
band in voga all’inizio degli anni ’90 avevano focalizzato troppo la
propria attenzione sui disagi interiori, sulla propria depressione,
sul peso di essere una rockstar. Ecco, quel tipo di scrittura non ci
appartiene per niente: ci piace scrivere cose anche tristi, ma
cercando di mantenere lo sguardo diretto verso ciò che è fuori di
noi, scrivere canzoni non solo per noi ma anche per il
pubblico.
In Italia, negli ultimi due mesi, sono successe
cose strane nel mondo dei concerti rock: gruppi come Methods of
Mahem, Blink 182 e, un caso tutto italiano, Lùnapop, sono stati
presi a sassate o sonoramente fischiati una volta sul palco. Da cosa
pensate che possa dipendere questo atteggiamento del
pubblico? Dal fatto che i gruppi fanno schifo! Può dipendere
dal fatto che il pubblico sia ad un festival soltanto per vedere la
propria band preferita, e passi il tempo a tirare sassi sugli altri,
ma in questo caso non credo che si possa fare molto. Noi ad esempio
abbiamo aperto un concerto per Die Toten Hosen in Germania e il
pubblico non ci ha lasciato in pace per un attimo, e la stessa cosa
succederebbe a loro se venissero ad aprire per noi negli States. Ad
un festival è molto difficile intervenire su una cosa del genere, ma
mi risulta difficile credere che in Italia la gente tiri sassi tanto
per fare, perché mi sembra sempre un pubblico pieno d’energia e di
motivazioni. Un altro motivo per cui i musicisti possono essere
contestati sta nel fatto di voler diventare delle celebrità, vedi il
caso di Tommy Lee...la gente è stanca delle celebrità, vuole musica
vera! Comunque se ti sbatti per far divertire la gente, se fai
musica capace di trascinare, non dovresti avere problemi, anche se
non è sempre così. Ad esempio, quando ci siamo esibiti a Woodstock,
che era un contesto politicizzato rispetto al nostro abituale
target, hanno cominciato a tirarci palle di fango...la cosa
spiacevole è che da quel giorno, nel proseguire il nostro tour negli
States, ovunque andavamo hanno continuato a tirarci fango, perché
pensavano fosse pittoresco...
Quale è stato il momento
peggiore della vostra carriera e cosa vi ha insegnato? Credo
che sia stato il momento in cui abbiamo dovuto interrompere il
nostro tour europeo per esaurimento fisico e mentale. E’ successo a
Berlino, era il 1997, e ci è sembrato fosse veramente un momento
disastroso. Anzitutto perché nella nostra vita non avevamo mai
lasciato niente a metà. E poi perché ci sembrava veramente di essere
al punto in cui uno di noi avrebbe potuto rimanerci secco da un
momento all’altro...eravamo distrutti. Inoltre, per tenere fede a
tutte le date prese eravamo stati costretti a eliminare le nostre
vite private dall’agenda, per cui bisognava tirare dritto e passare
da un concerto all’altro, e quando non c’erano concerti fare
promozione, radio, tv, interviste, foto...il tutto ad un ritmo
inumano. In questi giorni uno di noi ha la nonna all’ospedale, e ci
dispiace non poter essere a casa, ma sappiamo che tra qualche giorno
saremo comunque lì. In quel periodo era terribile. Quello è stato il
momento peggiore della nostra carriera: avevamo un pessimo manager,
e licenziarlo è stato uno dei momenti migliori della nostra
carriera! E’ stata un’esperienza da cui abbiamo imparato molto,
comunque. Adesso ci pensiamo bene prima di sacrificare qualcosa
della nostra vita privata...
Avete qualcos’altro da dire
sul vostro nuovo album, “Warning”, rispetto a quelli che lo hanno
preceduto?” Sì. Ogni canzone è separata dalle altre da
qualche secondo di silenzio. In copertina, c’è una foto di noi
tre, mentre sul precedente c’era una nostra foto sul retro di
copertina. Ci sono parecchie canzoni. Nessun concept. Il
disco era già quasi finito prima ancora di entrare in studio, visto
che non ci piace stare molto in studio. Per il resto non è facile
spiegarlo a parole, sarebbe meglio ricevere delle domande
specifiche. I testi sono molto curati, visto che non ci siamo
nascosti dietro le tipiche assonanze che vanno bene in tutte le
canzoni. Comunque è un disco pensato come un tutto unico, non come
una raccolta di singoli o roba del genere. Ha un suono unico, a
tratti diverso dal solito.
Cosa pensate di
Napster? Questa sta diventando una domanda noiosa...non ce ne
frega niente, in realtà, così come dei bootleg. Noi siamo acquirenti
dei nostri bootleg, ed alcuni sono davvero buoni...basta non
comprare i dischi dei Metallica su Napster! Non siamo né a favore,
né contro...non ce ne frega niente, tutto qui.
Andrete in
tour? Sì crediamo di sì, forse a dicembre. Non lo sappiamo
ancora, ma andremo in tour prima in Europa, questo è
sicuro.
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